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Gay & Bisex

L'aria calda della doccia


di Arconte1
25.05.2026    |    3.686    |    6 9.8
"Proprio in quel momento ha intravisto la mia erezione, ancora tesa e chiaramente visibile, e sul suo viso è passata un'ombra: si è sentito improvvisamente in colpa..."
VITTORIO
Una ventina di giorni di puro inferno. In reparto cercavo di mantenere professionalità, ma ogni volta che incrociavo Gabriele sentivo una morsa allo stomaco. La cosa assurda era che, come medico, molti dei miei pazienti sono omosessuali, li rispetto, li sostengo e conosco perfettamente le dinamiche del sesso tra uomini. Non ho mai avuto mezza riga di pregiudizio in vita mia. Eppure, quando la cosa ha riguardato me, il mio cervello è andato in pappa. Una cosa è l'apertura mentale sul lavoro, un'altra è guardarsi allo specchio a quarantotto anni e non capire più chi cazzo sei. Gay? Bisessuale?
Quella mezza volta che Elena ha provato ad avvicinarsi a letto mi ero irrigidito come un pezzo di legno, terrorizzato dall'idea che quel sesso meccanico con lei non mi bastasse più dopo quello che avevo vissuto nel SUV.
Non potevo continuare così. Quel pomeriggio, dopo aver chiuso le ultime cartelle, l'ho visto entrare nel nostro studio condiviso. Sono entrato dietro di lui, ho chiuso la porta e, con un gesto secco dettato dal panico, ho girato un giuro di sicura alla porta.
«Dobbiamo parlare, Gab. Sto uscendo fuori di testa», ho ringhiato, la voce tesa, camminando avanti e indietro nel piccolo spazio tra le scrivanie. «Io non ci dormo la notte. So benissimo che non c'è nulla di male, lo sai con chi ci capita di lavorare, ma mi sento uno schifo perché continuo a pensarci. Non so se riuscirò mai più a essere sereno con Elena. Tu la fai facile, ma io ho una vita costruita su certe rotaie e ora mi sembra che stia deragliando tutto».
Ero agitato, sudavo dentro la divisa, tormentato da un blocco tutto mio, intimo e confuso, e le parole mi uscivano ruvide, a tratti grezze. Gabriele è rimasto seduto alla sua scrivania. Ha ritirato con calma le mani dalla tastiera del computer, si è teso all'indietro sulla sedia e mi ha guardato con quegli occhi chiari implacabili, del tutto privi di tensione. Aveva una sicurezza che in quel momento mi faceva quasi rabbia.
«Mi dispiace averti trascinato in questo casino. Te lo dico davvero», ha esordito, la voce ferma e pacata che usava con i parenti dei pazienti più gravi. «Per me quella notte è stata una cosa naturale, semplice. Ho pensato che lo fosse anche per te. Non mi sono fermato a chiedermi quanto potesse scuoterti, quanto potesse farti mettere in discussione tutto il resto. È stata una mia leggerezza».
Si è alzato, venendo a poggiarsi con le braccia incrociate al bordo della scrivania, imponente e sereno.
«Ma ascoltami bene: il fatto che tra noi sia successo qualcosa non significa che la tua vita sia falsa. Non significa che tu abbia mentito a te stesso per quasi cinquant'anni. Le persone sono più complicate di così e lo sai. Lo vediamo ogni giorno al lavoro».
Cercai di ribattere, ma ero arrabbiato e mi vergognavo troppo per trovare le parole. Lui mi ha interrotto, fissandomi dritto negli occhi.
«Tu non sei un’etichetta, Vitto. Sei un uomo che, in un momento preciso, ha desiderato qualcosa e si è lasciato andare. Fine. Non devi punirti per questo. E soprattutto non devi avere paura di guardarti allo specchio.».
La sua totale assenza di vergogna, la sua sicurezza così limpida e pragmatica, ha agito sulle mie paranoie come un sedativo. Non c'era giudizio nel suo sguardo. Solo una logica schietta, solida.
I giorni successivi erano stati un'esperienza strana, quasi sospesa. Quelle parole avevano lavorato dentro di me come un farmaco a lento rilascio. Per la prima volta dopo settimane, la notte avevo dormito. Guardandomi allo specchio la mattina prima di fare la barba, non avevo cercato risposte o definizioni. Mi ero solo sentito... più leggero. Svuotato dall'ansia di dovermi giustificare con me stesso. Solo sesso. Solo piacere. Senza il fardello di doversi dare un'etichetta, la testa si era svuotata, lasciando spazio a un vuoto strano, decisamente più leggero ed elettrico.
Quando il venerdì sera sono entrato nello spogliatoio deserto e ho visto il vapore uscire dalle docce, il mio corpo ha reagito prima della mente. Gabriele è uscito dal box in accappatoio. L'ho osservato mentre si passava una mano tra i capelli ancora bagnati, e per la prima volta l'ho guardato con occhi completamente diversi. Non era una minaccia per la mia vita, né il testimone di un mio momento di debolezza. Era Gabriele. Un uomo solido, il mio amico, che mi stava offrendo un porto sicuro, una tregua dal mondo senza chiedermi nulla in cambio. Ho provato una gratitudine profonda, cameratesca, che ha acceso all'istante una scarica di desiderio violento lungo la schiena.
Senza dire una parola, mi sono spogliato e spinto dentro la cabina della doccia ancora fumante. Gli ho fatto un cenno. Questa volta ero lucido, ed ero pronto. Volevo solo smettere di pensare.
Il mio cazzo si è subito gonfiato e io ho respirato a fondo l'aria calda della doccia. Gabriele mi ha afferrato per le cosce, costringendomi a guardarlo dall'alto. Il suo sguardo chiaro era piantato nel mio, solido.
«Avvertimi quando stai per venire».
Ho annuito con un grugnito rauco, appoggiando le mani enormi contro le piastrelle bagnate del muro per smettere di tremare. Non era paura, ma eccitazione pura. Quando le sue labbra calde si sono chiuse attorno alla cappella, ho chiuso gli occhi. Cazzo, era un piacere assoluto. Senza il peso dei sensi di colpa, ogni affondo della sua bocca era una scossa purissima. Non dovevo fare nessuna performance, potevo solo ricevere, lasciarmi andare alla voracità esperta di quel gigante buono che si muoveva tra le mie cosce.

GABRIELE
Sono uscito dal box in accappatoio, incrociando il suo sguardo. Quando ha si è spogliato, l'ho osservato davvero per la prima volta. Lo avevo intravisto nudo decine di volte dopo le partite di calcetto di reparto, ma non mi ero mai soffermato sul suo corpo prima di allora. Sotto la luce del neon, mi sono reso conto di quanta sostanza ci fosse in quell'uomo: sfiorava i cinquant'anni, ma il suo fisico ne dimostrava almeno venti di meno. Era un bellissimo corpo villoso, tipicamente maschio, solido e compatto. Un tappeto di peli scuri e forti gli copriva il petto, diradandosi appena sui pettorali ben disegnati e incorniciando due piccoli capezzoli scuri, duri per il freddo dello spogliatoio. La pancia era tesa, piatta, memoria evidente di una giovinezza atletica e di addominali scolpiti che ora lasciavano spazio a una linea dura e robusta. Le cosce erano enormi, muscolose e cariche di peli scuri. L'unica pecca era non poterlo guardare da dietro in quel momento, perché ricordavo benissimo che aveva un sedere sodo, tondo, due chiappe massicce e ancora incredibilmente compatte.
Mi sono mosso con calma, guidando il gioco. Sotto la spinta del sangue, il suo cazzo si è gonfiato immediatamente: l'asta venosa è scattata in alto diventando scura e pesante, mentre la pelle del prepuzio si tirava completamente all'indietro da sola, scivolando sotto la corona fino a scoprire buona parte della cappella, già lucida e turgida. L’ho afferrato per quelle cosce potenti, piantando i pollici nella carne tesa per costringerlo a guardarmi dall'alto e trasmettergli tutta la mia stabilità.
«Avvertimi quando stai per venire».
Vittorio ha grugnito, puntando le mani giganti contro le piastrelle bagnate per nascondere il tremore di un'eccitazione purissima. Quando ho chiuso le labbra sulla sua cappella, ho sentito i suoi muscoli rilassarsi. Finalmente era finita l'ansia della prestazione: poteva solo ricevere. Ho iniziato a succhiare con ritmo profondo e regolare, lasciando che la sua carne urtasse contro il fondo della gola e godendomi la reazione di quel corpo massiccio, mentre le mie guance si incavavano a ogni affondo.
Poi sono sceso più in basso. Sapevo per esperienza quanto le donne spesso trattino lo scroto con eccessiva timidezza o svogliatezza, e volevo dargli esattamente ciò che gli mancava. Ho affondato il viso tra le sue cosce pelose e ho accolto le sue palle calde tra le labbra. Ho iniziato a lavorarle con colpi ampi e bagnati di lingua, alternando morsi accennati a una suzione decisa e ritmica, creando un vuoto assoluto.
Vittorio ha soffocato un urlo animale, sordo e potente, tendendo i muscoli delle braccia contro il muro. Il suono è rimbombato tra le piastrelle della doccia, troppo forte. Mi sono sfilato subito, l'ho afferrato per il mento costringendolo a guardarmi e gli ho bloccato la bocca con un dito.
«Vitto, cazzo, abbassa la voce», gli ho sussurrato a un centimetro dalle labbra, la voce ferma ma carica di quella tensione clandestina.
Lui ha annuito con gli occhi sbarrati, i denti stretti e il fiato corto. Sentire le sue gambe cedere sotto le mie mani mi ha dato una scarica di potere pazzesca; la mia totale assenza di inibizioni lo stava letteralmente scardinando, regalandogli un livello di piacere fisico mai provato prima.
Sono risalito lungo l'asta, spingendo a fondo con forza finché il mio naso non affondava tra i suoi peli pubici, mentre l'acqua della doccia continuava a battermi sulla schiena.
«Gabri... Cristo... sto per venire!», ha urlato a denti stretti. Mi sono sfilato con un movimento fluido e disinvolto. Sono arretrato di pochi centimetri, tenendo la mano destra serrata attorno alla base per continuare a stimolarlo e godermi lo spettacolo. I fiotti caldi e densi sono schizzati alti sulle piastrelle bianche, mischiandosi all'acqua che mi colava sul petto massiccio.
È rimasto lì, con il fiatone e la testa appoggiata alle braccia sul muro. Un uomo finalmente svuotato, in pace con i propri istinti.
Mi sono alzato con calma, lasciando che il getto della doccia lavasse via il suo seme dal mio corpo. Nell'uscire gli ho dato una pacca affettuosa sul culo — sodo esattamente come ricordavo.
«Va tutto bene, Vitto».
Vittorio ha ripulito l'asta sotto l'acqua, cercando di ritrovare la sua solita schiettezza, anche se la voce gli tremava ancora per l'orgasmo. Proprio in quel momento ha intravisto la mia erezione, ancora tesa e chiaramente visibile, e sul suo viso è passata un'ombra: si è sentito improvvisamente in colpa.
«Io... Gabri, non sono pronto a farlo a te, non so se ci riuscirò mai...», ha accennato con quella sua tipica ruvidezza schietta, quasi a voler rimettere dei paletti protettivi attorno a sé.
«Nessuno ti chiede niente, Vitto. Va bene così».
L'ho lasciato indietro e ho iniziato a rivestirmi. Mentre infilavo gli slip, ho dovuto faticare un po' per sistemare il cazzo ancora duro e teso, comprimendolo a fatica. Sapevo che Vittorio mi stava guardando. Non lo avrebbe mai ammesso ad alta voce, ma per la prima volta dietro quegli occhi stanchi ho visto accendersi una curiosità a me nota. Guardava i miei slip e serrava le labbra fino a sbiancare. Era la curiosità di avere il cazzo di un uomo in bocca.
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